Doppio cognome ai figli, sentenza storica della Consulta

Spazzato via dall’ordinamento italiano un baluardo del patriarcato. L’8 novembre scorso la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la norma che prevede l’attribuzione automatica del cognome paterno ai figli. Da adesso in poi, se entrambi i genitori saranno d’accordo, potrò essere assegnato il doppio cognome. È una vittoria di tutte le donne e delle madri italiane, ma anche di una società che a piccoli passi tenta di abbandonare i retaggi del passato.

La storica sentenza nasce dal ricorso di una coppia italo-brasiliana residente a Genova che aveva fatto richiesta di attribuire al figlio il doppio cognome, così da equiparare la sua situazione anagrafica italiana a quella del Brasile, dove tale diritto è già garantito. Di fronte al rifiuto del Prefetto – l’unica figura istituzionale cui ci si può rivolgere oggi per fare richiesta del doppio cognome (analogamente a quanto accade per la modifica di cognomi offensivi o ridicoli) – i due coniugi hanno intentato un processo ai danni dello Stato. La Corte di appello di Genova ha dunque ritenuto di dover sollevare la questione di legittimità costituzionale alla Consulta.

La battaglia per l’uguaglianza anagrafica fra cognome materno e paterno inizia già negli agli anni settanta e ha visto alternarsi nel tempo numerose proposte di legge ad altrettante cause in tribunale. Il primo pronunciamento della Corte su questo tema risale al 1988, quando l’attribuzione del solo cognome paterno veniva definita una «regola radicata nel costume sociale». Nel febbraio del 2006, però, la stessa Consulta ha affermato che «l’attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna». La questione di legittimità costituzionale della norma sull’attribuzione del cognome è stata comunque dichiarata inammissibile, perché un intervento della Corte avrebbe prevaricato i poteri del legislatore. Nonostante ciò, i disegni di legge già presentati in Parlamento non sono mai riusciti ad arrivare in aula. È soltanto dopo la multa imposta nel 2014 dalla Corte di Strasburgo all’Italia che nello stesso anno la Camera dei Deputati si è affrettata a varare una legge sull’abolizione dell’obbligo del cognome paterno. Ad oggi, però, manca ancora l’approvazione da parte del Senato. È probabile, dunque, che la Corte Costituzionale abbia ritenuto di poter intervenire sulla norma discriminatoria, a fronte di un immobilismo politico che negli anni ha di fatto limitato i diritti dei cittadini.

L’articolo 29 della Costituzione afferma esplicitamente che «il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Oggi possiamo affermare che questa eguaglianza, almeno per quanto concerne l’attribuzione di entrambi i cognomi dei genitori ai figli, è finalmente diventata realtà.

 

Link utili:

– Sentenza della Corte Costituzionale (8 novembre 2016), in attesa di deposito

Sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (7 gennaio 2014)

– Sentenze della Corte Costituzionale n. 61/2006, n. 176/1988 e n. 586/1988 disponibili a questo link attraverso apposita ricerca

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